Il caso Jackass Viareggio: lo show e l'autolesionismo
VIAREGGIO. Tutto ha inizio il 26 settembre, sui
computer collegati a internet. In quella data un frequentatissimo
blog (quello di Stefano Pasquinucci) segnala il sito di un gruppo,
i Jackass Viareggio, invitando i “navigatori” della rete a dare un’o
cchiata. In tre giorni, una pioggia di commenti, oltre i quaranta.
Molti criticano questi ragazzi che imitano le gesta dell’omonima
(ex) serie televisiva di Mtv, dove controfigure di professione
eseguono stunt al limite della demenzialità, rischiando nel
contempo di rompersi l’osso del collo; altri prendono invece le
difese di questi «pazzi» in nome del diritto di seguire le proprie
passioni. Ma chi sono i cinque ragazzi che, per qualche giorno,
hanno fatto parlare di sé innescando apprezzamenti e critiche?
Datemi una telecamera... e vi solleverò il mondo. Parafrasando
Archimede, è da una semplice videocamera che nascono i Jackass
Viareggio. Siamo nel 2004, sotto le feste natalizie: Daniele
Pisani, studente diciottenne, sogna di trovare sotto l’albero
qualcosa di diverso dai tradizionali soldi.
«Per l’esattezza volevo una telecamera digitale - racconta il
creatore e leader del gruppo - ma era più una bizza da bambino che
un reale bisogno: in fondo non sapevo esattamente cosa avrei potuto
farne». Il regalo tanto richiesto, però, arriva. E allora, assieme
ad altri tre amici (Davide Ramacciotti, Alessandro Maffei e
Federico Cinquini: da un anno si è aggiunto anche il «quinto
elemento», Marco Francesconi), ecco prendere corpo l’idea di
realizzare qualche video amatoriale per puro divertimento. Da Mtv
al Marco Polo. Il punto di partenza è Jackass, la fortunata serie
tv di Mtv (poi cancellata) in cui stuntmen di professione si
schiantano contro i muri o vengono catapultati nelle paludi,
invitando però gli spettatori a non imitarli (Don’t try this at
home, Non fatelo a casa): i quattro ragazzi si ritrovano il venerdì
sera tra le palazzine del Marco Polo o in Passeggiata per filmare i
primi stunt, cadendo da una rampa a bordo di uno skateboard o
spaccandosi scatoloni sulla testa, accompagnati dalle canzoni di
Offspring e Green Day.
E, una volta realizzati e montati, i video vengono caricati su
YouTube, all’interno della sconfinata rete di Internet: «Abbiamo
visto subito i risultati, perché i amici e sconosciuti ci fermavano
per strada, dicendoci che avevano visto i nostri video - prosegue
Daniele - e questa è la nostra gratificazione maggiore: mezzi e
risorse scarseggiano, e siamo tutti autodidatti». E per loro c’è
anche qualche sassolino da togliere dalle scarpe: «Anche chi ci
criticava sul blog si è poi dovuto ricredere». Non solo Jackass. I
ragazzi (che nel frattempo diventano cinque) ci prendono gusto e
proseguono nei loro stunt, tra cui un tuffo nel canale Burlamacca
dalla passerella o dal molo nel cuore della notte. Ma, anche se il
nome del gruppo è un omaggio alla tanto discussa serie americana
(«Se ci fossimo chiamati diversamente, forse non si sarebbe
sollevato tutto questo polverone»), decidono di provare qualcosa di
diverso: ecco allora un’esilarante parodia di Baywatch girata sulla
spiaggia della Passeggiata o la «rubrica insegna», dove illustrano
agli ipotetici spettatori della rete come fabbricare un fumogeno
artigianale.
E dove, soprattutto, non si fanno del male.
«Ormai il nome Jackass rimane, anche se ora ci rappresenta meno
rispetto agli inizi - dice Daniele - abbiamo voluto intraprendere
un altro filone, più comico». Come Peter Pan. Gli sforzi di questi
ragazzi sono stati comunque premiati: «Il nostro primo video
Jackass ha per noi un fascino particolare, è stato il punto di
partenza: se lo confrontiamo con gli ultimi realizzati, però, si
nota la differenza qualitativa». E pare che anche gli utenti della
rete abbiano apprezzato: «Dopo aver messo i video in rete, ho anche
creato il sito web del gruppo (www.jackassviareggio.it) - racconta
Daniele - su YouTube possiamo vantare 19000 visualizzazioni dei
video, mentre per il sito le statistiche ci dicono che siamo stati
visti persino in Asia e nelle Americhe. E molti ci inviano e-mail o
entrano in contatto con noi attraverso Messenger o MySpace (i
programmi di messaggistica istantanea, simili alle chat)». Mai
giudicare un libro dalla sua copertina, come diceva Oscar Wilde.
«Ognuno è libero di pensare quello che vuole e quindi anche di
criticarci, purchè sappia argomentare e soprattutto si firmi sul
blog. È invidia? Chissà. Noi pensiamo a proseguire per la nostra
strada. C’è chi si diverte provando a “sballarsi” o giocando alla
Playstation: noi giriamo video. In fondo è come Peter Pan: dentro
ognuno di noi c’è sempre il bambino che non vuol crescere». Perché,
come scrive Antoine de Saint-Exupèry nel Piccolo Principe, “Tutti i
grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne
ricordano”.